// 12 gennaio 2010 // Nessun commento » // Eventi, News

A partire da Venerdì 29 Gennaio (Vernissage alle 19) fino alla fine di Marzo i muri della sala Othera (ma qualcuno mormora anche le volte a botte) ospiteranno le foto di Francesco Astolfi: ritratti in bianco e nero che partono da una faccia, una mano e una lente per descrivere, anzi per “mettere a fuoco”, i personaggi che incontrano l’ammiccante obiettivo del fotografo, tra essi amici e conoscenti, i tanti volti della redazione di Intercity (al massimo del loro splendore!) e… forse forse… anche Jozz in persona!
Così Francesco Astolfi illustra il suo progetto:
Spesso ci sfioriamo, ci attraversiamo, ci tocchiamo: e non andiamo oltre. Se a qualcuno di voi, chiunque di voi e di noi, chiedessi di chiudere gli occhi e di descrivere nei dettagli la stanza in cui si trova in quel momento, tutti ci perderemmo in grossolane descrizioni: un mobile, qualche colore, delle tende… Il nostro è quasi sempre uno sguardo miope, in quanto si sofferma sulla superficie delle cose e delle persone, e non riesce a vedere il microcosmo di dettagli che accompagnano il nostro stare al mondo. Quell’infinito panorama di piccoli segni sfugge al nostro sguardo. Lo stesso capita per i paesaggi umani: i corpi. Riconosciamo a prima vista un viso amico che ci viene incontro, certo, ma quante espressioni, contrazioni dei muscoli facciali, piccoli segni non vediamo? Quindi due livelli del vedere: superficie, e profondità. Da anni dedico buona parte del mio lavoro di fotografo alla ricerca e alla messa in evidenza di questo paesaggio sotterraneo, tanto sottile quanto affascinante. Ho iniziato molto tempo addietro riprendendo gli oggetti di uso comune: utensili da cucina, da toilette, etc. Chiamai quel progetto “Ironland” perché le superfici di acciaio di questi minuscoli oggetti, ripresi in macro, perdevano le loro comuni significazioni e diventavano forme nuove. Poco riconoscibili, perché dilatate dall’obbiettivo e portate a una dimensione estesa, alla quale la nostra miopia non arriva.
Da poco ho iniziato a mettere una lente di ingrandimento in mano alle persone che fotografo. Tengo il fuoco solo su quello che è dentro la lente: un occhio, un orecchio, una bocca. Tutto il resto è sensibilmente sfocato, difficilmente riconoscibile. Il corpo, il corpo nella sua interezza, diventa lo sfondo di un dettaglio e il dettaglio ci rivela a chi appartiene quella porzione di corpo. Estraniato dal suo contesto il dettaglio arriva sotto i nostri occhi, la profondità si fa superficie, e la lente ne amplifica la visibilità, e il senso.
Nella sua ormai lunga storia la fotografia ha avuto infinite definizioni, e i fotografi hanno dato altrettante dichiarazioni poetiche sul senso del proprio lavoro, e quindi sul cosa fotografare e sul come farlo. Ciascuno dice la sua, ciascuno vede a suo modo, ciascuno racconta la propria idea di fotografia, e di mondo. Uno dei motivi più forti che mi ha spinto a fare questo lavoro è la possibilità che mi offre, ogni giorno, di vedere dalla mia piccola sponda di superficie un piacevole abisso di profondità.
Francesco Astolfi
appuntamento quindi a partire dal 29 Gennaio, pronti a “mettere a fuoco” il ristorante!